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Valentina Tomirotti, quando la disabilità diventata una forza

Valentina Tomirotti, classe ‘82, giornalista pubblicista e paladina dei diritti nel mondo della disabilità. Ha da poco pubblicato un libro dal titolo ‘Un altro (d)anno’ e non c’è cosa più bella di conoscere un nuovo libro tramite lo stesso autore quindi, let’s start this interview…

Come racconteresti te stessa ad una persona che ti conosce per la prima volta?

Chi mi conosce per la 1° volta è come se si trovasse davanti ad un uovo di pasqua fuori stagione: nascondo sempre la sorpresa, bella o brutta dipende dai punti di vista. Perché ho un’immagine ingombrante, diversa, che parla una lingua che non rispecchia il mio contenuto: sembro un errore, forse lo sono o lo sono stato. Se dovessi descrivermi in 3 parole mi tatuerei: rispettosa, altruista e solare, solo che vado montata come un Lego o un mobile Ikea, dove forse ti manca un pezzo o una vita, forse è un po’ storto, ma lo puoi “usare” in mille modi. E per finire, per chiudere il cerchio: sono una femmina, non donna, femmina proprio, trasudo femminilità per osmosi.

Dai tuoi profili social traspare un ottimo rapporto con te stessa e la tua disabilità… che consiglio ti senti di dare a chi non ha ancora trovato la forza di accettarsi e di aprirsi al mondo esterno senza timore?
Avere paura del mondo esterno credo sia normale, paraculo è chi dice il contrario. Non esiste una ricetta per salvarsi dagli artigli della società che, in molti casi, ci rende preda. Il grosso del lavoro è un meccanismo interno che ci deve scattare, una combo tra carattere-famiglia-rapporti umani in cui siamo calati. Personalmente non so se ci riesco, forse sto solo galleggiando o forse ho imparato a truccare i lividi per non renderli tatuaggi. Sicuramente ho fatto pace con lo specchio e l’ho fatto, per assurdo, cercando di curarmi di più come persona, non mettendomi più da parte. E’ un passaggio fondamentale e non banale per iniziare. Altra cosa che a molti sembrerà stupida: i social mi hanno salvata un sacco di volte, perché attraverso la scrittura ho iniziato a far conoscere prima ciò che mi portavo dentro e poi ciò che sono agli occhi di tutti, quindi usandoli in modo consapevole e onesto, possono rendere più in discesa anche la strada + complicata.
Quanto è stata importante per te la partecipazione al 9 muse?

Quando Veronica Benini, aka la Spora, mi ha voluta sul palco ho capito che come stavo comunicando una visuale di vita diversa dal solito, poteva essere utile a tante. E dico diversa non perché “sanitaria”, ma perché seduta, apparentemente comoda, invece può essere utile a qualsiasi “bipede”. E diversa anche perché nel mondo della disabilità sono e continuerò ad essere la voce fuori dal coro, quella che non accarezza senza motivo, quella che parla di sesso in scioltezza, quella che viaggia ad ogni costo, quella che non fa branco sull’onda di qualcosa che manca. Il 9 muse è un palco importantissimo per dimostrare che “siamo milioni di culi” diversi e che ognuno di noi si merita una fettina di luce, a patosi essere in grado di accenderla e di pagarci la bolletta per tenerla accesa. La bolletta la si paga alimentando con idee, perseveranza e voglia di farcela con un pizzico di egoismo a fin di bene.

È da poco uscito il tuo libro dal titolo ‘Un altro (d)anno’. Come nasce questo libro e come lo descriveresti?

“Un altro (d)anno” è il libro per la vita e non della vita. Sta bene sul comodino come presenza dopo che hai finito di leggerlo, perché ti fa venire voglia di aprirlo altre 100 volte perché, ogni volta, trovi una lettura differente. Non un’autobiografia, ma il racconto di dodici mesi lunghi trentasei anni. Un lunario un po’ lunatico e ribelle, tutto da inventare, da sfogliare o forse da spingere, come le mie ruote. “E sempre stata una questione di ruote, della loro grandezza: il loro raggio, l’ampiezza delle mie azioni che cambiavano a ogni pit-stop di crescita. Le ruote sotto al sedere, le ruote in testa, ma soprattutto le ruote che mi portano lontano perché ho sempre bisogno di scappare, andare, un moto a luogo qualsiasi, perché la noia è la mia ombra.” Siamo troppo abituati a considerare la disabilità come la diretta conseguenza della malattia. Invece no, la malattia è un modo diverso di passeggiare nella vita. La malattia è come la verdura: prima accetti di mangiarla tutta, prima starai meglio e finirà la punizione. Non ero così certa di farlo uscire, alla fine in queste 240 pagine ci sono io, completamente a nudo, non ho più segreti, scriverlo è stato come andare in psicanalisi con me stessa, davanti ad uno specchio. E’ un libro che merita di avere vita, di vivere di passaparola per iniziare contraddittori, per instaurare nuovi dialoghi sul mondo della disabilità, vorrei portarlo nelle scuole che sono il terreno più fertile della società. Mi aiutate?
Altri progetti in cantiere?
Prossimi progetti è un unico ed enorme progetto: aprire l’associazione di PEPITOSA in carrozza. “Pepitosa in carrozza” vede il concetto di mobilità e autonomia come benzina per far conoscere il territorio in un modo accessibile a tutti. Essere disabili è una condizione fisica che può limitare l’autonomia di una persona, che declina spesso il soggetto sempre al plurale con la figura dell’accompagnatore come ombra. Vedere, viaggiare, conoscere l’ambiente che ci circonda non è mai una situazione facile da programmare e sostenere e si finisce per incastrarsi in una condizione di “stato in luogo”. Esistono possibilità concrete di abbattere parte di queste barriere architettoniche e mentali o migliorarne la gestione. “Pepitosa in carrozza” è un viaggio, fatto di un prima, un durante e un dopo. 
PRIMA: la progettazione del viaggio, il coinvolgere le realtà commerciali e di accoglienza che vogliono comparire sulla guida o hanno qualcosa da raccontare live. 
DURANTE: creazione di contenuti social così da informare la community in diretta
DOPO: blog post dove raccontare l’esperienza e la compilazione della guida turistica della città scaricabile sul sito www.valentinatomirotti.it per tutti i soci dell’Associazione.

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