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Voce e mito

di Giada Maria Zanzi

 

INTRODUZIONE

Il tema della voce caratterizza molti antichi miti, greci e romani: quest’ultimo può essere considerato come una sorta di specchio della vita nei secoli passati. La mitologia classica è popolata di personaggi fantasiosi, ultraterreni, incarnanti non solo virtù, ma anche i vizi umani. Il mito è la testimonianza del fatto che determinati valori erano perseguiti (o meno) già in tempi assai remoti, nonché delle credenze dei nostri antenati che erano in grande armonia con la natura: ad esempio, essi adoravano le Ninfe, divinità inferiori personificazione delle forze naturali elementari, protettrici degli uomini nonché della vegetazione. Secondo alcuni erano figlie di Zeus, secondo altri di Oceano e di Teti o di Gea, la Terra, secondo altri ancora, di Nereo e Doride. I nomi delle Ninfe indicavano il luogo cui presiedevano (le Oceanine erano Ninfe dell’Oceano, le Agrostine dei campi, le Driadi dei boschi, le Alseidi delle foreste, e così via). La Ninfa Eco, che la tradizione vuole figlia dell’Aria e della Terra, è certamente la più celebre manifestazione vocale presente nel mito classico: la sventurata disse male di Era, la regina degli déi, che per questo motivo la condannò a ripetere l’ultima parola dei discorsi che le si rivolgevano; innamoratasi del vanesio Narciso, ma da lui disprezzata, la Ninfa si nascose nei boschi e da allora dimorò in grotte solitarie, finché le sue ossa si mutarono in pietra e di lei rimase solo la voce, l’eco, appunto. Un’altra versione del mito narra che il satiro Pan rimase folgorato prima dalla bellezza della voce di Eco che cantava con una voce chiara, armoniosa, dolce come il cinguettio degli uccelli, e poi, certamente, dall’avvenenza fisica della fanciulla, e la chiese in sposa. La Ninfa fuggì terrorizzata: si nascose in una caverna invocando l’aiuto di Narciso, giovane e bellissimo cacciatore di cui era perdutamente innamorata, che udì le preghiere della fanciulla senza però mai raggiungerla; egli era troppo superbo, così abbandonò la Ninfa al suo destino, che, consumata dal dolore, poco a poco si dissolse in flebile voce. Non avendo più la forza di chiamare il nome di colui che le aveva spezzato il cuore, Eco continuò in eterno a ripetere le ultime sillabe delle parole dei viandanti che attraversavano i boschi. Quello di Eco non è l’unico mito vocale restituitoci dalla classicità: la melodiosità e il canto intrinseco custodito nella vocalizzazione pura hanno il potere di influenzare gli affetti e di questo gli antichi greci e romani erano ben consci, tant’è che la voce, cantante e non, è presente in diversi racconti mitici.

 

IL LEGAME TRE VOCE ED ESTETICA NEL MONDO CLASSICO

Nelle righe precedenti abbiamo incontrato la figura del satiro Pan: i satiri erano ripugnanti divinità campestri, servitori di Dioniso che simboleggiavano la licenziosità e la bestiale brutalità dell’uomo primitivo. Pan, figlio del dio Ermes (Mercurio per i romani) e di una Ninfa, era un satiro deforme e brutto: aveva piedi forcuti, corna di montone e coda e barba caprine; fu affidato dalla madre, che provava orrore per il suo aspetto, ad una Ninfa dell’Arcadia, ma anche quest’ultima lo abbandonò. Pan fu raccolto dal padre e condotto sull’Olimpo. Divenuto adulto, il satiro scelse di dimorare sui monti: si nascondeva nelle vallate umide e profonde, spaventando con grida i viandanti, cacciava le belve nelle foreste e inseguiva nelle praterie le pecore che vi pascolavano per sfamarsi. Concupì Eco e amò la Ninfa Siringa: quest’ultima, per sfuggire al satiro, pregò le sorelle Ninfe del fiume Ladone di tramutarla in canna palustre, con cui Pan costruì un flauto pastorale, o siringa, dal nome dell’amata, per recare la Ninfa che lo aveva rifiutato sempre con sé. Con la sua siringa, Pan suonava strane canzoni che facevano fuggire le belle Ninfe. Altro suo diletto era cantare selvagge melodie, esempio di un canto tutt’altro che melodioso e aggraziato, lontano da una voce ben educata. La figura del satiro è tutt’altro che positiva: alla negatività è associata non solo la bruttezza fisica, ma anche quella della voce. La voce è, per gli antichi, immagine dell’anima e da essa è forgiata ergo un ributtante satiro non può fregiarsi di una voce delicata e armoniosa. Un animo libertino come quello di Pan potrà dar vita solamente ad una voce affatto piacevole. Dunque il nostro corpo e soprattutto la nostra voce anticipano il nostro essere, svelando ogni minima sfumatura della nostra personalità; l’immagine colpisce gli occhi, mentre la voce, o, più in generale, il suono, l’orecchio. Nella dimensione sonora abbiamo però un’unione della componente visiva ed uditiva: i suoni, infatti recano con sé immagini, dipingono nella mente dell’ascoltatore scenari, rievocano ricordi ed esperienze. In particolare la musica, intesa come suono educato, ha il potere di veicolare immagini sonore simboliche, passioni ben delineate, riprodurre sensazioni e addirittura situazioni. La voce si propaga ed una voce cantante, perciò musicale e intonata, è la sublimazione del parlato, inoltre essa coincide anche con una maniera di porgere la vocalità pura al massimo delle sue potenzialità espressive naturali. Chi canta stabilisce un contatto con l’ascoltatore, aprendosi ad esso, divenendo fonte di emozioni, positive o meno che siano. In tal senso i satiri rientrano sicuramente in quel gusto dell’orrido che raggiungerà la maturità nel Settecento, in particolare grazie alle riflessioni di Batteux: il brutto colpisce tanto quanto il bello e la tipologia di sensazioni suscitate non può sminuire ciò che le origina. Il satiro non sarà gradevole, ma è pur sempre accattivante: un suono è legato tanto alle fattezze fisiche del corpo che lo emette quanto al filtro di chi lo sente, pertanto la soggettività potrebbe trasfigurare in bello ciò che secondo i canoni socialmente formalizzati non lo è. In altre parole, la bellezza è qualcosa di personale e non universalmente condivisibile, così come la bruttezza; il satiro ha un’aura di fascino misterioso, l’orrore che suscita è accompagnato da curiosità, per quella che è pur sempre una manifestazione della realtà umana.

 

MITOLOGIA, VOCE E ARTE

Trattando di voce e canto non si possono non citare le Muse: figlie di Zeus, sovrano degli déi, e di Mnemosine, dea della memoria, erano nove sorelle (Calliope, Melpomane, Euterpe, Clio, Erato, Talia, Tersicore, Polimnia e Urania) protettrici delle arti e delle scienze, due ambiti solo apparentemente distinti. In effetti l’arte è caratterizzata dal medesimo rigore proprio anche della scienza: è proprio grazie a codesta metodicità che un suono diviene musica ed una voce può tramutarsi in canto. Calliope, il cui nome significa “dalla bella voce”, presiedeva alla poesia, mentre Melpomane, “la cantatrice”, alla tragedia; la Musa del canto lirico era Euterpe, “la rallegratrice”, alla quale si attribuiva anche l’invenzione degli strumenti musicali a fiato. Il canto è dunque associato alla felicità, come ricorda il nome della Musa protettrice. Tuttavia esso presenta differenti sfaccettature, come dimostra la malinconica voce di Eco o il garrulo canterellare di Pan; si può cantare per gioia, ma anche per esternare la propria sofferenza: nel Cinquecento, il compositore Claudio Monteverdi darà voce al dolore di una Ninfa in un madrigale su testo di Ottavio Rinuccini: si tratta del Lamento della Ninfa, toccante composizione che esterna la disperazione di una fanciulla dei boschi che ha perduto il proprio amore, compianta da giovani pastorelli. Qualsiasi sia il sentimento che ci spinge a farlo, non esiste società e cultura aliena al fenomeno canoro. Il canto è parte dell’uomo ed è nato insieme a lui: nel Fedro, Platone narra che quando nacquero le Muse e le arti vi furono uomini che rimasero talmente inebriati da esse da passare la loro vita a cantare, addirittura morendo di fame e di sete poiché dimenticavano di alimentarsi e dissetarsi. Le dee decisero così di trasformarli in cicale, animali che potevano cantare fino alla fine dei loro giorni senza doversi mai interrompere per nutrirsi. Il canto della cicala ispirava e incantava chiunque lo ascoltasse e si diceva potesse persino indurre al sonno. La purezza del canto della cicala è innegabilmente capace di trascendere ogni barriera prettamente razionale in quanto richiamo naturale per le passioni. Alla base delle reazioni di apprezzamento e disgusto Platone individua corrispondenze numeriche secondo le quali tutti gli individui sarebbero fatti di numeri e attratti dai medesimi rapporti di cui sono costituiti; pertanto l’arte si tinge di nuove sfumature, oltre ad essere creatrice è innanzi tutto imitatrice ed estrinsecatrice, di bellezza e bruttezza. Le arti, in particolar modo la musica, ed il gusto personale di ognuno rendono palese ciò che altrimenti non lo sarebbe, spalancando le porte su un mondo a più dimensioni e colori. Sempre Platone racconta, nel Fedone, che, quando vicini alla morte, i cigni leverebbero un melodioso canto, erroneamente interpretato dagli uomini come un lamento; secondo Platone nessun uccello canta per sofferenza: i cigni avrebbero il dono della preveggenza, concessogli dal dio Apollo, quindi Platone ritiene che il loro sia un canto di gioia in quanto capaci di vedere non tanto l’avvicinarsi della fine bensì l’appropinquarsi di un ricongiungimento con le divinità olimpiche. Il canto dei cigni è intriso di significato soggettivo: ciò che all’orecchio dell’uomo suona come un lamentoso disperarsi, è in realtà sinonimo di felicità sonora per l’uccello morente. L’estetica, già in epoca classica, mostra una rilevanza del soggetto che sottolinea l’unicità e dignità del pensiero di ognuno. Non vi è un’unica verità, ne esistono di infinite, ed è proprio tale illimitatezza delle possibilità di giudizio a rendere l’esistenza di ognuno ricca.

 

ALTRI CANTI INCANTATORI

Le cicale non erano le sole creature capaci di influenzare in maniera estremamente sensibile la psiche umana: le Sirene, forse Ninfe marine figlie di Oceano e Anfitrite, oppure figlie del fiume Acheloo e di Calliope o di Melpomene, sono un ulteriore esempio assai significativo e molto più celebre. Le Sirene avevano la testa di donna e il corpo simile a quello di un uccello; dimoravano su un isolotto fra la rupe del mostro Scilla e l’isola della maga Circe. Anche se il loro aspetto era terrificante, erano dotate di una voce assai melodiosa: erano capaci di un canto di una dolcezza tale che i naviganti che le udivano ne rimaneva incantati. I marinai che si fermavano presso di loro, ammaliati dalle loro voci, dimenticavano di mangiare morendo di fame, quando non erano divorati dalle mostruose creature stesse, cui era stato predetto che sarebbero vissute fino a quando fossero riuscite ad attrarre ignari navigatori. Le Sirene non riuscirono a stregare né gli Argonauti di Giasone, alla ricerca del Vello d’oro, né il prode Ulisse, che, come narrato nell’Odissea di Omero, fu avvisato del pericolo da Circe: quando si trovò nei pressi dell’isola delle Sirene, Ulisse tappò lo orecchie dei suoi compagni con la cera e si fece legare all’albero della nave per bearsi dell’ingannevole canto pur senza perire. Disperate per questi fallimenti, le Sirene si precipitarono in mare, trasformandosi in rocce. Il canto e la fisicità delle Sirena sembrano non coincidere, ma così non è se pensiamo agli intenti che muovono quelle crudeli creature: il canto è ingannevole proprio come le Sirene che indossano una maschera sonora facendosi voce veicolatrice di concetti fuorvianti. In questo caso non è tanto la qualità del suono ad essere connessa con la corporeità, quanto la falsità delle immagini e del messaggio in esso contenuti. La sonorità è un fenomeno incredibilmente complesso, unione di più aspetti, ognuno dei quali non deve essere dimenticato. La componente immaginativa è completata da melodiosità e potenza intrinseche, sempre piegate alla tirannia della soggettività cosciente e involontaria di chi parla o canta e nondimeno di chi ascolta. La potenza del canto della Sirena è una delle esemplificazioni più lampanti del potere condizionante immanente alle voci (preminentemente quelle intonate) di cui gli antichi erano consapevoli. Cantando si riesce a raggiungere gli animi, commuovere, appassionare, coinvolgere. Il matematico Pitagora aveva individuato nella musica le medesime potenzialità del suono emesso dal moto degli astri, la cosiddetta musica delle sfere, udibile solo dai cuori e capace di influenzarli; anche il canto è in grado di, come dice la parola stessa, incantare, e se le Sirene utilizzano tale mezzo privilegiato per fini perfidi e dolosi, Orfeo è al contrario animato da uno spirito buono. Il mito di Orfeo, famosissimo cantore della Tracia, è pure molto conosciuto e comunque sempre legato a quello delle Sirene: egli prese parte alla spedizione degli Argonauti, salvandoli dalle infingarde ammaliatrici cantando in opposizione ad esse; Orfeo era difatti capace di far “cantare” la propria lira, al cui suono si fermavano la corrente dei fiumi e le fiere, mentre i boschi e le montagne si animavano. Sposò la bella Euridice, che purtroppo morì il giorno stesso delle nozze per colpa del morso di un serpente. Per ricongiungersi all’amata defunta, Orfeo liberò il suo canto nell’Ade, il regno dei morti, e chiese alle divinità infernali di restituirgli Euridice oppure di consentirgli di restare nel regno delle ombre insieme a lei. Accompagnò la sua richiesta con un soave canto al fine di renderla più incisiva, suonando malinconicamente la lira. Gli fu concesso di riavere Euridice, ma, durante il tragitto che conduceva fuori dagl’Inferi, non si sarebbe mai dovuto voltare, pena perdere l’adorata moglie per sempre. Il dubbio spinse il cantore a volgersi indietro per assicurarsi che Euridice lo stesse seguendo, così l’anima della sua sposa svanì ancora una volta. Gli effetti della magia canora di Orfeo si sono dissolti a causa della diffidenza e il canto d’amore si è tramutato in lamento per la sposa perduta. La sua umanità gli è costata ciò che grazie al canto aveva ottenuto: la musica è qualcosa, dunque, di ultraterreno, un linguaggio che ci avvicina agli déi dell’Olimpo, che in ogni caso non erano esenti da imperfezioni. La vicenda di Orfeo dimostra il fatto che l’abilità canora si trova ad un livello superiore rispetto alla pura natura, è un passo successivo e conseguente, è una modalità sublime ed al contempo rigorosa di estrinsecare la nostra interiorità. L’arte è, ergo, ordinatrice delle passioni: non solo le fa emergere, ma consente di gestirle. Nella mitologia classica evidenziamo tratti della filosofia della voce rinascimentale e dei successivi studi sei-settecenteschi. L’eredità greca e romana, soprattutto aristotelica, porterà alla formalizzazione di un sistema di belle arti basato sulla mimesi aristotelica della bella natura, al riconoscimento del potere catartico delle arti (purificatrici rispetto alla realtà che riproducono) ed infine ad una soggettivizzazione del gusto. La storia delle arti coincide col percorso di affermazione dell’io, che cerca se stesso per guadagnare il giusto ed armonioso posto che gli spetta nel creato.

 

BIBLIOGRAFIA

AA. VV., Mondo mitologico, Città di Castello, Società Editrice Dante Alighieri, 1971.

Bologna, Corrado, Flatus vocis, Bologna, Il Mulino, 1992.

Gerbino, Giuseppe, Il canto di Serafino e il dilemma degli umanisti, in L’attore del Parnaso. Profili di attori-musici e drammaturgie d’occasione, a cura di Francesca Bortoletti, Milano, Mimesis, 2012.

Gozza, Paolo, Imago vocis. Storia di Eco, Milano, Mimesis, 2010.

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